domenica 8 gennaio 2012

Morbo di Alzheimer: insieme al Parkinson, che strumenti abbiamo per curarli?

Quando parliamo di Morbo di Alzheimer e di demenze in generale, è importante annettere grande importanza ai progressi scientifici compiuti soprattutto negli ultimi decenni che, se da una parte non ci hanno ancora consentito di trovare la soluzione a queste gravissime malattie, dall’altra però ci consentono oggi, per lo meno, di stabilire le cause di queste temibili patologie, situazione questa che oggi ci consente di immaginare una soluzione a breve rappresentata da un futuro che ci affranchi da queste e altre malattie neurodegenerative. Ma quali sono i traguardi che la scienza ha raggiunto o si è prefissa di toccare nei riguardi delle malattie cerebrali?


Ad aiutarci nel percorso che tocchi, tappa per tappa, ogni singolo tassello aggiunto dalla ricerca medico scientifica, merita menzione un recente studio portato avanti da Telethon e pubblicato sulla rivista Science. Secondo tale lavoro scientifico, sia il Morbo di Alzheimer che il Parkinson sarebbero causate dal danneggiamento delle cellule cerebrali, a causa di sostanze che si andrebbero ad accumularsi a ridosso delle cellule finendo per danneggiarle. Si tratta di immaginare cosa riesca a fare la scienza medica oggi e cosa si possa fare per ritardare i processi di decadimento della fisiologia delle cellule cercando in qualche modo di proteggerle. Peccato manchi quel tassello che ci faccia in atto immaginare una soluzione efficace del problema.

Ma proprio la ricerca condotta da Telethon ci consente di ipotizzare un futuro a breve dove non solo si riescano a proteggere le cellule cerebrali dall’attacco delle sostanze di accumulo, ma anche, nell’allontanamento di tutti quei fattori di disturbo che interagiscono con la funzionalità delle cellule stesse. Fino adesso si è operato sugli animali e i risultati sono stati incoraggianti, al punto da poter immaginare una prossima sperimentazione anche in umana e, soprattutto, si cominciano ad ipotizzare gli impieghi pratici di tali inedite cure che potrebbero essere praticate, in un lasso di tempo che nella migliore delle ipotesi potrebbe essere di un paio d’anni, nella peggiore, di un decennio.

Ma non finisce qui….


Nelle prossime cure contro Parkinson e Alzheimer, merita menzione uno studio scientifico da poco conclusosi, pubblicato sulla rivista Nature Chemical Biology cui hanno partecipato ricercatori del Dipartimento di Scienze biochimiche dell’Università di Firenze, guidato da Fabrizio Chiti e con la partecipazione di Silvia Campioni e del  Dipartimento di Scienze biochimiche dell’Ateneo fiorentino, oltre ad Annalisa Relini del Dipartimento di Fisica dell’Università di Genova. Secondo le acquisizioni più recenti parrebbe che alla base delle malattie neurodegenerative potrebbe esserci una incapacità da parte di certe proteine di restare solubili, con la conseguenza di accumularsi a livello cerebrale interferendo con le normali funzioni del cervello. Una malattia causata da questi accumuli patologici è l’amiloidosi. Prima che si formino sostanze in grado di accumularsi perché insolubili, si passa da uno stadio intermedio che vede la luce sostanze definite oligomeri, proprio queste sono responsabili delle patologie annesse, con l’aggravante che con i mezzi oggi a disposizione, localizzare gli oligomeri non è per nulla semplice e, dunque, le cure risultano ancora poco efficaci almeno fino a quando non sarà possibile localizzare al meglio questi agenti patogeni alla base di queste malattie neurodegenerative. Proprio il recente lavoro scientifico cui si è fatto cenno, risulterebbe tutto orientato verso lo studio degli oligomeri, volto anche a stabilire non solo il modo in cui sarà possibile intervenire, ma il grado di tossicità che essi sono capaci di determinare a carico delle strutture danneggiate e, non ultimo, i fattori che intervengono affinché questi aggregati intermedi sviluppino una tanto elevata tossicità.

«Studiare a livello molecolare gli oligomeri - ha commentato Chiti – apre importanti orizzonti sul meccanismo che sta all’origine di queste malattie e permette di identificare nuovi bersagli per l’intervento terapeutico. Sulla strada aperta dalla nostra ricerca di base si può sviluppare la ricerca farmacologica. Per dirla con un’immagine, stiamo preparando il terreno dove costruire l’edificio della prevenzione e della cura».

Perché l’Alzheimer colpisce di più la donna?


Recenti acquisizioni scientifiche, una di queste si riferisce ad uno studio pubblicato sulla rivista Nature Genetics da Steven Younkin, ricercatore presso il Mayo Clinic College of Medicine (Jacksonville, Florida – Usa), la maggiore incidenza del Morbo di Alzheimer nella donna rispetto all’uomo, avrebbe basi genetiche e dunque la causa potrebbe risiedere nel cromosoma X sede di una mutazione genetica associata al Morbo di Alzheimer. Tale mutazione interverrebbe su una proteina che si danneggerebbe al punto da non dare più la possibilità alle cellule nervose di interconnettersi fra di loro. Tale ipotesi sostituirebbe l’antica consapevolezza che la donna si ammalava più dell’uomo di Alzheimer perché, come sappiamo, la durata media della vita della donna rispetto all’uomo è superiore a cinque anni e dunque, il sesso femminile aveva più tempo a disposizione per ammalarsi. Le cose, almeno secondo il recente studio, non starebbero così. Pare infatti che proprio la consapevolezza che la donna detiene due cromosomi X invece che uno, come avviene, appunto, nell’uomo, la esponga alla malattia allorquando eventuali variazioni genetiche riguardino  entrambi i cromosomi X della donna che per questo avrebbe il doppio delle possibilità di ammalarsi di Alzheimer. Tanto è vero tutto ciò, se si pensa che quando la variazione riguarda un solo cromosoma X, la donna avrebbe la stessa percentuale di incorrere nella malattia rispetto all’uomo.  Manca da stabilire ancora quanto l’età possa incidere ai fini dell’esposizione nei confronti delle malattie degenerative. Non mancano ipotesi al riguardo, ma ancora, su questo punto, non è possibile stilare una data certa per potere immaginare una qualsivoglia risposta scientifica. 
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