mercoledì 11 aprile 2012

Ictus: la donna muore!


Già la parola ictus fa paura da sola, ma alle donne questa serie di eventi patologici che conclamano con un danno spesso irreversibile di una o diverse funzionalità dell’organismo, dovrà fare più paura e ciò per almeno due motivi. Il primo, la donna, dopo la menopausa va di gran lunga più soggetta ad ictus rispetto all’uomo che ha addirittura abbassato l’incidenza negli anni di almeno un terzo nei confronti della patologia. Il secondo e più grave motivo, la donna di ictus muore.

E’ uno sconsolante quadro che ci giunge dopo un accurato studio svoltosi a Milano alla conferenza Women strocke association che ha chiamato in causa esperti di malattie quali le cardiopatie e gli ictus. Nel corso del convegno si sono apprese cose che forse mai prima di adesso si sapevano, ovvero, se da un lato l’uomo ha diminuito di un terzo l’incidenza dell'ictus, la donna l’ha di molto aumentato, con la differenza, inoltre, che soprattutto andando avanti con gli anni, la donna a seguito di un ictus ha poche possibilità di salvarsi, vista la gravita delle lesioni che subirebbe e, oltretutto, nella donna coesistono fattori di rischio tutt’altro che trascurabili, il fumo, i contraccettivi orali e non solo.

Occhio alle emicranie

Quando la donna è infatti affetta da emicrania con aura, ricordiamo che
stiamo parlando di una sintomatologia dolorosa che affligge periodicamente molte donne che finiscono per riconoscere il sintomo che sta sopraggiungendo con largo anticipo, questo indica la parola “aura”, il rischio di incorrere in un ictus, se associato ai primi due fattori di rischio citati, aumenta di ben 30 volte. Se poi andiamo a vedere cosa accade nei due sessi, facciamo la conoscenza con altri fattori per certi versi inediti. Il primo, su 100 donne decedute, oltre 55 sono morte a causa di cardiopatie ischemiche associate ad ictus. All’aumentare dell’età, le donne muoiono di queste patologie più degli uomini, ovvero, per le over ottantenni, il rischio di finire i propri giorni a causa di un ictus è superiore nella donna del 20% rispetto all’uomo. Ma se qualcuno pensa che semmai di malattie vascolari, ictus compreso, si muoia soltanto al crepuscolo della propria vita, si sbaglia e di grosso. Visto che anche donne relativamente giovani che fumano, usano contraccettivi orali e soffrono di emicrania con “aura” possono andare non solo incontro all’ictus ma, addirittura, con una incidenza di ben 30 volte superiore alle altre donne non in queste condizioni.

A dire di Paola Santalucia, presidente dell’associazione e dirigente medico del Policlinico di Milano -

“l’ictus finisce per rivelarsi un evento mortale per le donne, mentre per gli uomini è diventato curabile. La maggior parte delle pazienti sono infatti anziane, sole o assistite da badanti o in case di cura, quindi senza una famiglia alle spalle che le segua. Ma uno dei problemi principali è che la diagnosi di ictus – aggiunge – arriva per le donne in ritardo anche di ore, quando in questi casi i minuti fanno la differenza. E questo sia per un ritardo culturale, sia per la mancanza di sintomi specifici che invece l’uomo presenta”.

I sintomi che la donna non interpreta 

In preda ad un ictus la donna presenta tutto un corollario di sintomi che l’uomo negli anni ha imparato a riconoscere, la donna meno. Tanto è vero che la donna potrebbe non rendersi immediatamente conto che l’impossibilità di muoversi sfruttando entrambe le due parti del corpo, il lato destro e sinistro, non è dovuta all’artrosi, ad esempio di cui soffre da anni, ma al sopraggiungere dell’ictus. Così come, lo stato confusionale, magari non particolarmente marcato, non è solo espressione di patologie articolari, soprattutto al collo lamentate dalla paziente e da questa male interpretate, possono essere gravi indizi di un’evenienza rappresentata dall’ictus. Spesso il ritardo nei soccorsi, che sappiamo essere un vero disastro nei confronti della malattia, stante il fatto che prima si prestano le cure, più probabilità abbiamo di salvarci, può essere responsabilità persino dell’ospedale cui la donna si rivolge a causa di un’errata diagnosi e magari per questo ricoverata in un reparto sbagliato, che in presenza di sintomi sfumati può non individuare per tempo la malattia.

Gli ictus giovanili in “gonnella

Parlavamo di emicrania con “aura” e abbiamo visto come faccia schizzare in alto l’incidenza di ictus nelle donne che soffrono della patologia e nello stesso tempo fumano e assumono contraccettivi orali. Ma vediamo come ognuno dei fattori di rischio già da solo apre la strada al grave ictus. S’è visto che addirittura donne giovani sotto i 35 anni d’età che soffrono di emicrania con aura sono esposte tre volte di più al grave evento vascolare rispetto alle donne che non lamentano questo disturbo. Se poi le stesse donne assumono contraccettivi, il rischio si eleva di sei volte e se si fuma essendo affetti da emicrania il rischio aumenta di sette volte, mentre come detto, fumo, pillola, emicrania elevano il rischio di 30 volte. In tutti questi casi comunque l’ictus non si presenta contemporaneamente all’emicrania, ma tempo dopo. ”Tutto ciò non vuol dire – spiega – che le donne in queste condizioni sono candidate sicure all’ictus. Ma il ginecologo, se dalle analisi del sangue riscontra un rischio ‘aterotrombotico’, deve stare attento a prescrivere la pillola. E le donne dovrebbero evitare di fumare, per non aumentare il potenziale pericolo. Al momento infatti non esiste una terapia per evitare che ciò accada, c’è solo la prevenzione”.

Il vile denaro

Guardiamo infine cosa costa alla collettività un paziente che sia andato incontro ad un ictus. A dircelo il Censis che ci fa sapere che un malato di questo tipo costa qualcosa come 30 mila euro all’anno, senza contare i costi a carico del S.S.N. A questo si giunge considerando la perdita di produttività di una persona in quello stato, cui si aggiunge la riduzione temporanea di produttività di parenti ed amici che si fanno carico di questi ammalati e che dunque vi dedicano delle ore o giorni, o mesi, mentre oltre all’iniziale costo citato si sommano quasi 6.500 euro annui scaricati sul Sistema Sanitario Nazionale.

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