martedì 15 maggio 2012

Depressione: perchè fa più paura del cancro


Pensavamo che fosse il cancro, in tutti i suoi aspetti, la malattia che più spaventava le donne e invece no, un po’ a sorpresa assistiamo che la patologia che più atterrisce le donne, soprattutto per quelle che si sono ammalate ed in qualche modo ne sono uscite, è la depressione. Il motivo è semplice, la depressione è una malattia subdola che si riconosce spesso dopo essersi palesata con i primi danni che è capace di arrecare alla persona nel rapportarsi col prossimo, coi suoi riverberi negativi sul lavoro e sulla salute in generale.

La depressione che, oltretutto privilegia in particolar modo il sesso femminile, alla lunga e senza cure finisce per annientare la persona e lo sanno bene proprio quelle donne che si sono dovute assumere l’incarico di accompagnare nei percorsi più bui della malattia, parenti ed amiche che con questo problema si son dovute misurare. Ma la depressione è ancora più temibile perché non si palesa alla stregua di una malattia organica, pur riconoscendo in questa malattia mentale anche la sua parte organica, la depressione prende il sopravvento a volte lentamente e inesorabilmente occupando le nostre giornate e tingendole di un colore ogni giorno più scuro. Ecco perché, le donne, in questo caso, temono più la depressione del cancro, perché la malattia le priva di tutto, anche della voglia di vivere..Oltretutto a rendere più fosco il quadro, ci si mette un’altra constatazione da parte delle donne, oltretutto,
del tutto errata. Mentre si ritiene, giustamente, che oggi, grazie alla prevenzione e alle nuove cure anticancro, le neoplasie siano più inquadrabili ed in parte curabili di un tempo, sono ancora troppe quelle donne che pensano che di depressione non si guarisca più, insomma, che di depressione si muoia soltanto e tutto ciò è sicuramente sbagliato.
Poi c’è un altro spauracchio vissuto nell’immaginario collettivo di chi in qualche modo viene investito dal problema depressione. Persino il cancro, a dire di molte donne, alla lunga e nel peggiore dei casi si conclude con la morte del malato. La depressione no, ti lascia vivere…. ma in che modo? Con le lenti oscurate che ti limitano la possibilità di assistere e intendere a pochissima distanza da te quel che ti riserva non più il futuro, che tanto non vedi più, ma l’immediato che, poichè sofferto, ti porta ad immaginare il futuro solamente angosciante. Gli stessi ricordi, anche quelli un tempo ritenuti piacevoli, sono avvolti dalla fitta coltre di pessimismo e finiscono anch’essi per risultare sgraditi. E che dire di quel sonno ristoratore, magari ricercato con insistenza perché in grado di affrancarci per qualche ora dal vissuto quotidiano, che tarda ad arrivare e che quando arriva è di qualità sempre pessima, costellato com’è da incubi e sogni agitati. Poi ci si mette la forma fisica in generale, solitamente a pezzi, funestata da disturbi qua e là, spesso dolorosi e mai silenti che rendono la vita un vero calvario. Ecco perché qualche volta il proposito suicidario diventa incontrollabile al punto che qualcuno giunge ad applicare e sperimentare su se stesso l’insano gesto.


Ma di depressione, si guarirà mai?

Sembrerebbe paradossale una domanda del genere, da un lato con tutto quanto detto, dove la depressione la si immagina come quel Castigo di Dio dal quale è impossibile liberarsi e dall’altra di fronte alla constatazione di un’epoca sempre più affrancata da tante malattie, anche le più gravi che, apparentemente,sembra non aver trovato alcuna cura per la depressione. Ma la domanda ricorre sovente, se la sentono fare soprattutto medici e psicologi accorsi a soccorrere il malato, si può venir fuori dal tunnel, esiste uno spiraglio in fondo alla buia galleria dove il depresso pare essersi cacciato?

Si, è la risposta, ma solo se si prende immediatamente coscienza del fatto che la depressione è una malattia e come tale va trattata da professionisti in grado di riconoscerla e non la si continui a ritenere solo uno stato d’animo negativo o, peggio ancora, il modo inventato dal malato per mettersi in mostra nei confronti del prossimo. Insomma, la depressione non è un capriccio del singolo e dovremmo anche smetterla di definire allo stesso modo una semplice giornata “NO” del singolo individuo quando afferma di sentirsi un po’ depresso. Altro è il cattivo umore, ben altro è la depressione.

La cura non consiste in una bevuta al bar con gli amici

E se, almeno secondo gli ultimi dati, di depressione si guarisce nel 98% dei casi, anche se questa pare una visione troppo ottimistica, visto che in troppi sfuggono dal totale dei malati per il semplice fatto che non si fanno neanche visitare, bisogna ricordarsi che gli unici titolati a curare la depressione, soprattutto nelle forme più gravi, sono medici e psicoterapeuti che riconoscono i sintomi e prescrivono le cure. Non si creda che per guarire dalla malattia bastino gli amici, i parenti, o un sacerdote, la depressione è una malattia a volte molto impegnativa, quando impareremo a capirlo capiremo perché a curare la depressione devono essere coloro che hanno i titoli per affrontare la malattia. Altrimenti, pensando diversamente, viene da chiedersi, perché non farsi curare una gamba fratturata da un sacerdote?

La cura della depressione è per o più affidata ai farmaci, poi si interviene sull’ambiente in cui vive il soggetto ed in questo preziosa è anche l’opera della psicoterapia affidata a mani esperte come quelle dello psicologo clinico. Avremmo dovuto prender atto della gravità della malattia da più tempo, non foss’altro perché la depressione si va annidando nei Paesi maggiormente sviluppati a ritmi sempre più alti a causa di tutta una seria di motivazioni diverse al punto che è tanto diffusa in Italia da poter tranquillamente sostenere che a  soffrire di depressione siano non meno di sei donne su dieci, le quali possono testimoniare che in un preciso momento della propria vita hanno avuto a che fare per lo meno con forme simil depressive; tali donne per lo più vivono nei grandi centri urbani.


Scarsa fiducia nelle cure

Anche un recente studio commissionato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (ONDA) ci da bene l’idea di come la depressione sia tanto temuta dalle donne ma in parte poco conosciuta, chissà, in una sorta di tentativo quasi inconscio di esorcizzarne la paura. Lo si è evinto bene quando si è chiesto ad un nutrito gruppo di appartenenti al sesso femminile di esplicitare la loro paura nei confronti del cancro al seno e si è visto come a qualsiasi età su cento intervistate quelle terrorizzate dalla neoplasia erano poco più di 24. Ben diverso il discorso quando alle stesse persone è stato chiesto di esprimersi sulla loro eventuale paura di incorrere nel tempo in una qualche forma di depressione. In questo caso la paura di potersi ammalare non è ubiquitaria in tutte le fasce d’età, soprattutto quando si chiede alle intervistate di esprimere giudizi sull’efficacia delle eventuali terapie; visto che su cento donne di età compresa fra 30 e 39 anni la percentuale di quelle che non credono possibili cure mirate sono 78 donne che sfiorano le 82 al variare dell’età, in questo caso compresa fra 40 e 49 anni e per quelle donne che hanno superato i 50 anni di età, almeno 70 su cento è scettica e ha poca fiducia delle terapie.

Sorprende anche il fatto che le donne hanno scarsa fiducia nei farmaci oggi disponibili per curare la malattia. Lo dimostra il fatto che 40 donne su cento non credono sull’efficacia dei presidi terapeutici, solo 16 donne su cento li considera molto efficaci, visto che 83 donne su cento giudica molto più efficace la terapia psicologica. Insomma, le donne ritengono che i farmaci attualmente disponibili abbiano solo effetti limitati nel tempo senza risolvere le cause principali della depressione. E proprio chi conosce la malattia assegna un giudizio più basso rispetto a chi non l`ha mai incontrata. E forse è proprio responsabilità della stessa medicina, intesa come scienza, nel non essere riuscita a risultare sufficientemente credibile nel suo ruolo in ambito alla depressione. Troppo spesso infatti la scienza medica  nella pratica diviene un distributore di soluzioni terapeutiche dispensate senza troppo inquadrare il problema e, quando le prime cure risultano inefficaci è difficile per il paziente continuare a nutrire fiducia nei confronti della soluzione della malattia di cui soffra. Anche se, qualcosa pare cambiare, lo dimostra il fatto che le donne cominciano a riconoscere i sintomi della malattia ed è gia qualcosa, visto che il 40,3% li sa individuare e sa quanto è importante agire tempestivamente. Il punto di riferimento rimane il medico di famiglia (29% delle donne) seguito dai famigliari (23%), psicologo (15%) e psichiatra (13%).

Diverso è invece il caso di quelle depressione di cui sia ben nota l’origine organica rappresentata ad esempio, dalla depressione post partum o quella in qualche modo annessa al sovvertimento ormonale derivante da alterazioni del ciclo mestruale. In questo caso la preparazione delle donne si fa più approfondita e si corre con maggiore fiducia dal medico chiedendogli di prescrivere quelle cure atte a riequilibrare la situazione. Infine, visto che si parlava di suicidio, un dato parrebbe essere molto importante. Il suicidio o il tentativo di metterlo in atto, uno degli aspetti più tragici di questa malattia,  nelle donne è molto più frequente che negli uomini, dove è però più spesso portato a compimento.





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