giovedì 3 maggio 2012

Morbo di Parkinson: attenti a questi importanti segnali

La degenerazione del cervello che avviene lentamente nel tempo ma in modo subdolo e progressivo e che va sotto il nome di Morbo di Parkinson, non è del tutto silente nelle prime fasi della malattia, quando alla serie di sintomi lamentati dal paziente si è soliti ascrivere  altre cause. Tale processo patologico prosegue invece imperterrito e semmai è il nostro cervello a mascherare i segni della malattia, almeno finchè può, poi diviene un crescendo di fattori che non possono passare inosservati, primo fra tutti il tremore. Se riuscissimo a comprendere quei segnali che l’organismo ci invia prima che la malattia si conclami del tutto, contro il Parkinson, almeno fino a quando la scienza non lo debellerà, potremmo sicuramente fare di più.




Uno dei sintomi che un futuro malato di Parkinson presenta ancor prima della malattia, è rappresentato dalla perdita progressiva dell’olfatto, a questo può aggiungersi uno stato ingravescente di depressione, turbe del sonno ed una stipsi a volte anche impegnativa, possono aggiungersi alle prime manifestazioni. Sia chiaro, sostengono gli studiosi, la presenza di uno o più di questi sintomi non devono far ritenere che il paziente stia cominciando a fare i conti con il Parkinson, ma soprattutto nelle persone cui si sospetta una predisposizione familiare e che hanno un’età di mezzo, non sarebbe male cominciare ad interrogarsi sul perché di queste manifestazioni a volte oltretutto presenti tutte insieme o quasi. Secondo Ubaldo Bonuccelli, presidente della Limpe (Lega italiana per la lotta contro il Parkinson, le sindromi extra piramidali e
le demenze)
«Spesso sono i partner che dormono accanto al paziente ad accorgersene, poiché ricevono colpi involontari durante la notte in quanto la persona mette in atto il contenuto dei sogni, fenomeno che non accade nei soggetti sani che con il sonno staccano l'attività cerebrale da quella motoria». Se si potesse cogliere sul nascere tali aspetti premonitori della malattia, si potrebbe per lo meno ritardarne lo sviluppo, senza fino adesso poter ammettere di guarirla, visto che non siamo ancora giunti alla svolta e ci si affida a farmaci  quali gli inibitori delle monoaminoossidasi di tipo B (MaoB), che rallentano il decorso, ma non lo bloccano.
Ci si chiede anche se è possibile affidarsi ad esami specifici che possano in qualche modo palesare i segni della malattia. Purtroppo tali esami non esistono e la diagnosi è solo clinica ed affidata oltre che al medico di base, allo specialista neurologo.
"Ma sono ancora troppi i pazienti che perdono tempo prezioso, con un anno o un anno e mezzo di ritardo, poiché si rivolgono ad altri specialisti, all'ortopedico, per esempio, e non a un neurologo, il quale se ha esperienza con la malattia è in grado di riconoscerla subito» come sostiene Bonucelli, . Il trattamento si basa sulla somministrazione di levodopa, precursore naturale della dopamina, o di agonisti della dopamina che simulano l'effetto della sostanza. «Entrambi i farmaci hanno dei problemi, però» aggiunge Bonuccelli «il primo, dopo alcuni anni di terapia, genera un effetto di tolleranza e la sua efficacia ha una durata limitata a poche ore, e nel tempo si crea anche una sensibilizzazione del paziente». In pratica, il paziente recupera la funzione motoria, ma compaiono fluttuazioni nella capacità motoria e movimenti involontari (discinesia).

«I dopamino-agonisti, dal canto loro» aggiunge «nel tempo perdono di efficacia e possono dare origine a disturbi del comportamento come gioco d'azzardo aumento della libido. In generale, i farmaci agiscono in modo corretto ed efficace nei primi 7-8 anni, poi iniziano a dare problemi. Ed è anche per questo motivo» ricorda Bonuccelli «che se ne ritarda l'impiego nei pazienti giovani». Sono in sperimentazione nuovi farmaci, alcuni dei quali sono arrivati anche a una fase avanzata della loro messa a punto, tra questi un antagonista dell'adenosina, un componente del caffé, e altri come il tabacco  e le 200 sostanze che contiene, su cui si sta ancora lavorando. «Studi epidemiologici hanno osservato che chi fuma e beve caffé ha meno probabilità di ammalarsi» dice Bonnuccelli che però puntualizza: «ma questo non significa affatto che fumare faccia bene, perché è la prima causa di tumore al polmone.

Mentre, invece, è stato dimostrato che un'elevata attività motoria previene la malattia di Parkinson ed è indicata anche per i malati, poiché migliora la risposta dell'apparato muscolo-scheletrico».
Ultimamente si è fatta sempre più strada l’ipotesi che l’esposizione nei confronti di pesticidi e/o solventi, come avviene a coloro che per lavoro maneggiano tali sostanze, possa avere riflessi sulla malattia. La ricerca è in corso, vedremo presto cosa di nuovo sarà possibile ottenere dalla scienza. Da ricordare che del Parkinson oggi le acquisizioni sono elevate, a partire dal fatto di comprendere come la malattia è causa della perdita di neuroni, qualcosa come 500 mila, una perdita secca questa che l’organismo non riesce a limitare e che si presenta poi con gli effetti della malattia a partire, come detto dal tremore e dalla bradicinesia, ovvero, nella difficoltà a iniziare un movimento, compreso quell’irrigidimento muscolare che è tipico dei malati di Parkinson.

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