martedì 8 maggio 2012

Suicidio: perchè si sceglie di farla finita!






Sono tanti, anzi tantissimi…. coloro che decidono di togliersi la vita, sono ben un milione di persone in tutto il mondo che ogni anno, chi per un motivo, chi per un altro, decide di farla finita e, per di più, non siamo neanche certi che il numero non sia persino sottostimato, celato dietro quell’alone di ombra e di vergogna che avvolge la famiglia di un soggetto che ha posto fine alle sue sofferenze suicidandosi.


Ma perché tanti suicidi? Perché l’estremo gesto di cui si parla sempre troppo poco e quando lo si fa generalmente lo si fa in sordina, anche se parliamo nientemeno che dell’ottava causa di morte fra gli adulti e, addirittura, della terza fra i giovani e i giovanissimi, non riesce, nonostante tutto, ad impressionare più di tanto? Difficile dare una spiegazione unica, ne consegue che sarebbe auspicabile darsi delle risposte di fronte ad un fenomeno tanto inquietante e angosciante al contempo, chiedendosi anche come mai sia possibile che la nostra Società non riesca ancora a mettere in atto interventi adeguati per cercare per lo meno di affrontare il fenomeno che, oltretutto, è reso più grave dalla consapevolezza che tale fenomeno è in aumento, soprattutto fra i giovani. Sembra addirittura che il richiamo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità rischi di passare inascoltato insieme all’allarme da questa lanciata.

In Italia, troppi suicidi


Nel nostro Paese il numero di suicidi è ancora troppo alto ed in costante aumento, se si considera che si registrano ben 4.000 eventi suicidari ogni centomila abitanti ogni anno con una sensibile percentuale di aumento fra un anno ed un altro. Ci si chiede a questo punto se di fronte a quella che ha finito per assurgere a vera e propria emergenza sociale, rappresenta ancora per le Istituzioni preposte una  priorità o se siamo ancora ben lungi dall’affrontare il problema in tutta la sua gravità. Purtroppo, almeno a giudicare gli studi compiuti fino adesso, ci si accorge come il fenomeno sia largamente trascurato da quegli Enti che istituzionalmente dovrebbero farsene carico, soprattutto, anche a livello mediatico, il suicidio è ammantato ancora da una nebbia di mistero nascente dall’inconsapevolezza del fenomeno che si traduce poi con ritardi in fatto di intervento con le peggiori conseguenze immaginabili.

Lo studio di Altroconsumo

Interessante quanto mai è uno studio scientifico di qualche anno addietro condotto da Altroconsumo cui hanno partecipato esperti del settore che hanno scandagliato la realtà sociale del fenomeno e che fa riferimento ad una popolazione costituita da ben 13 mila persone disposte in quattro Paesi europei. Lo studio è quanto mai rappresentativo di una realtà che di fatto traduce in tutta la sua drammaticità la disattenzione nei confronti del problema. Tuttavia, grazie a questo e ad altri studi condotti nel tempo, è stato possibile addivenire ad una sorta di identikit del soggetto a rischio, di cui si parlerà in seguito. Ma forse il maggior merito che è possibile ascrivere a tale lavoro scientifico è quello di aver gettato lo sguardo non solo nel tunnel delle cause che spingono una persona a decidere di suicidarsi, ma anche di aver potuto palesare la disattenzione da parte di quelle istituzioni preposte ad intervenire.

Il pensiero suicidario, il tentato suicidio

Il gruppo di studio cui ha fatto riferimento Altroconsumo era costituito da una popolazione rappresentata da ambo i sessi, di età differente e livelli sociali quanto mai diversificati. Del campione esaminato è emerso il primo allarmante dato, ovvero, tredici persone su cento ha pensato al suicidio almeno una volta nell’ultimo anno. Immaginare da questo che il 13% della popolazione è a rischio suicidio, sarebbe paradossale, ma tuttavia indicativo perché deve leggersi come la constatazione che ci induce a riflettere sul fatto che in quella fetta di soggetti a rischio si annida l’aspirante suicida che prima o poi potrebbe mettere in atto l’insano gesto, ma c’è dell’altro ancora. Tale studio, se fosse stato commissionato oggi, avrebbe palesato una realtà ancora più grave, stante il fatto che nel frattempo siamo stati investiti da una crisi economica che non ha quasi precedenti storici negli ultimi anni e che ha aggravato il problema esistenziale di tanti rispetto a qualche anno fa.

Si parla poco dei propositi suicidari

Lo studio ha anche mostrato un’altra debolezza del fenomeno studiato, rappresentata dal fatto che coloro che hanno tentato il suicidio erano concordi nell’affermare che prima di giungere alla estrema decisione non ne hanno parlato con nessuno. Tant’è che nel campione rappresentato da 42 potenziali suicidi su cento, quest’ultimi hanno sottaciuto la cosa a chicchessia. Solo il 33% del campione s’è confidato col proprio partner, mentre il 18% del campione s’è rivolto ad amici, il 10% della popolazione ad altri familiari, il 5% degli appartenenti allo stesso campione a colleghi e vicini di casa. Un dato sconfortante sicuramente, se consideriamo quello relativo all’assenza di comunicazione per quasi la metà della popolazione suicidaria. Ma c’è dell’altro e se possibile ancora più grave, la constatazione dell’assenza di un aiuto qualificato che ha avuto un peso pari al 56% dei casi, visto che solo il 14% degli aspiranti suicidi che ha messo in atto il gesto ha ricevuto collaborazione da parte di uno psicologo del S.S.N., mentre il 12% dei soggetti esaminati ha ricevuto sostegno da parte di uno psicologo che ha dovuto però pagare di tasca propria ed appena il 9% ha ricevuto assistenza da parte di uno psichiatra privato e uguale percentuale vale per coloro che hanno ricevuto un aiuto da parte della psichiatria appartenente al S.S.N. ed infine, appena un paziente su cento ha ottenuto soccorso da parte del medico di famiglia.

Il dramma di chi ci prova

Per chi prova a farla finita e non riesce a portare a termine il gesto estremo si apre un sipario drammatico dove l’assenza di interventi diviene un dramma sul dramma. Senza considerare inoltre che il 15% delle persone che hanno provato a farla finita e che sono stati attenzionati da Altroconsumo ha riportato lesioni di una certa gravità dopo il tentativo di suicidio e addirittura il 4% di questi soggetti ha subito lesioni permanenti. Ebbene, neanche di fronte a questa evidenza muta l’atteggiamento del Sistema di intervento qualificato, basta osservare ancora una volta le cifre da dove si evince che quattro intervistati su dieci dichiara di non aver ricevuto alcuna cura, mentre il 22% ritiene di essere stato seguito dagli ospedali con un programma di psicoterapia, mentre 18 persone su dieci appartenenti al campione sostiene di aver ricevuto soltanto dei farmaci. Se poi si chiede a queste persone chi le ha seguite dopo l’emergenza, scopriamo che metà del campione preso a riferimento dichiara di essere stato lasciato solo del tutto. Certo si dirà, esistono validissimi psicologi e psichiatri privati disposti lungo l’intero territorio italiano pronti a farsi carico dei problemi altrui. Ma quanti sono quei pazienti nelle condizioni di farsi seguire privatamente pagando dai 70 ai cento euro a seduta a settimana per un anno di fila? Pochi, infatti sono tanti quelli che hanno lasciato perdere visite e cure a metà percorso terapeutico.

In conclusione quello che di certo c’è è che anche per il suicidio si palesa una pericolosa assenza di prevenzione, spesso la sola cura efficace per quest’evento. Ne riparleremo soprattutto puntando il dito su quelle che sono, a parere degli studiosi i troppi miti che aleggiano ancora oggi attorno all’estremo atto compiuto da un individuo e immaginato da una certa letteratura come un atto romantico se non addirittura eroico e, come si è visto, di tutto questo null’altro c’è se non la disperazione di chi non riesce proprio ad andare avanti.

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