lunedì 11 giugno 2012

Emorroidi: con questa nuova tecnica si guarisce prima



Le emorroidi espongono il soggetto che ne vada  incontro a tutta una serie di inconvenienti al punto da vedere la propria vita limitata e, nelle acuzie della malattia, persino la qualità della vita della persona ne risente pesantemente, soprattutto quando la patologia abbia assunto un andamento cronico nel tempo.

Eppure, riferendoci alle emorroidi, ci si rende conto di come non ci si trovi di fronte ad una patologia difficile da curare e/o prevenire, eppure la larghissima incidenza della malattia ci fa ritenere come oggi, soprattutto a causa di stili di vita non sempre adeguati e volti a benessere, le emorroidi rappresentano un problema aggiunto da non sottovalutare, lo dimostra il dato che accerta in almeno tre milioni e mezzo gli italiani affetti dal problema.


Se poi vogliamo sciorinare i dati con maggiore precisione, ci accorgiamo che i nostri connazionali costretti a ricorrere al bisturi per trattare la malattia sono ben 38 mila, di questi la maggioranza vive al nord. Una malattia che, oltretutto, si radica maggiormente nel sesso maschile, in Italia sono 21 mila gli uomini che soffrono di emorroidi ma che non risparmia neanche il gentil sesso, visto che ne soffrono 13.200 donne e se poi vogliamo assistere all’incidenza della malattia per fasce d’età, scopriamo che, la maggior parte di pazienti ha tra i 15 e i 64 anni (28.559), mentre gli over 65 sono 5.549 (fonte: Ministero della Salute).


Una cosa è comunque certa, di emorroidi si può guarire e tralasciando i casi che finiscono per essere osservati dal medico di famiglia e trattati nelle forme acute senza il ricorso al chirurgo, tralasciando l’importante capitolo della prevenzione che nelle emorroidi trova, eccome, la sua ragion d’esistere, vediamo invece un altro ambito importante che riguarda il trattamento operatorio della malattia alla luce delle nuove tecniche di cui da almeno un decennio la moderna medicina dispone; parliamo insomma della emorroidopessi.

Che cos’è la Emorroidopessi

Ci riferiamo ad una nuova tecnica operatoria che oggi è riservata a quei casi che resistono a qualsivoglia trattamento clinico-farmacologico e che trova riscontro in una percentuale di malati pari al 68% della popolazione di pazienti affetti dal problema che hanno trovato ristoro mediante la nuova tecnica chirurgica, ovvero, parliamo di ben 25 mila pazienti che hanno già avuto a che fare con questa nuova metodica. Poiché ci riferiamo ad  una metodica innovativa, ovviamente la immaginiamo meno invasiva di quanto fino adesso accaduto con la chirurgia classica che prevede la rimozione chirurgica delle emorroidi. “Questa innovativa soluzione – dichiara Alberto Del Genio, Ordinario della 1^ Clinica chirurgica della 2^ Università di Napoli – garantisce un migliore accesso ai tessuti prolassati grazie alla sua testina rimovibile e un controllo ottimale della strumentazione per il posizionamento della stessa. Favorisce, inoltre, una migliore visibilità al chirurgo, permette di ridurre il sanguinamento, contribuendo a migliorare i risultati dell’intervento”.


Di fatto il chirurgo pratica una piccola incisione con asportazione del prolasso determinato dalle emorroidi, escludendo l’incisione dell’ano, come si procedeva un tempo, il tutto effettuato in narcosi, ovvero con paziente addormentato, con una durata dell’intervento di circa 15 minuti e senza alcun bisogno di ricorrere alla degenza post-operatoria; parliamo di una tecnica per lo più indolore senza particolari complicazioni. 

 “Nel trattamento chirurgico della malattia emorroidaria c’è oramai la consapevolezza che l’intervento di emorroidopessi sia il gold standard” ribadisce Francesco Gabrielli, Direttore della Clinica Chirurgica dell’Università Milano Bicocca. “Si tratta, infatti, di un intervento che si avvicina molto alla formula “ideale” perché è poco doloroso, consente al paziente un inserimento nell’attività di relazione e lavorativa nel giro di un paio di giorni e non è gravato da un indice di recidiva superiore a quello delle tecniche chirurgiche “tradizionali” che, al contrario, sono caratterizzate da una convalescenza più lunga e da dolore post-operatorio importante. Mi fa piacere constatare – conclude Gabrielli – che ci sia stata negli anni una diffusa presa di coscienza dell’efficacia di questo intervento, tanto che la ricerca si è mossa, e si continua a muovere, verso un continuo perfezionamento della strumentazione chirurgica, al fine di rendere al chirurgo il lavoro più facile e offrire al paziente risultati sempre migliori”.



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