mercoledì 19 settembre 2012

Morbo di Alzheimer: si abbassa l'età in cui ci si può ammalare, ma un vaccino potrebbe salvarci


Il Morbo di Alzheimer spaventa sempre di più, anche alla luce del fatto che si sta abbassando l’età di insorgenza della malattia, visto che dopo i 50 anni le probabilità che la patologia si faccia strada si è elevata sensibilmente rispetto al passato. Ne deriva che il mondo scientifico da un po’ di tempo invita i medici a prevedere una serie di controlli accurati su quei pazienti che abbiano sia pure di poco superato i 50 anni d’età anche in assenza di sintomi importanti. Secondo il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Roma Tor Vergata e della Fondazione Santa Lucia con a capo Giovanni Carlesimo, Andrea Cherubini, Carlo Caltagirone e Gianfranco Spalletta, dalla valutazione congiunta, neuroradiologica e neuropsicologica, è emerso che nei soggetti al di sopra dei 50 anni le basse prestazioni ai test di memoria sono correlate a significative alterazioni microstrutturali a livello dell’ippocampo, sede dei danni causati da fattori fisici e chimici ed anche traumi al punto che anche le momentanee perdite della memoria in questi soggetti ancora giovani, dovrebbe indurre medici e pazienti ad indagare a fondo sull’integrità delle strutture dell’ippocampo stesso.

I risultati dello studio suggeriscono quindi che anche nei soggetti anziani con prestazioni della memoria ridotte al livello più basso della soglia di normalità, ma non clinicamente rilevanti, andrebbe accertata l’eventuale contemporaneità di alterazioni microstrutturali a carico dell’ippocampo. Il riscontro di questa associazione tra le due condizioni potrebbe essere predittiva di un’aumentata suscettibilità a sviluppare la malattia di Alzheimer. Se la valutazione periodica (per circa tre anni) dei soggetti inclusi nello studio, attualmente in corso presso la Fondazione Santa Lucia, confermerà la validità di questa metodologia, potrebbero essere sviluppate nuove e più precoci terapie farmacologiche in grado di modificare in modo significativo il decorso della patologia neurodegenerativa.

Le novità in tema di Alzheimer

Oggi la ricerca medica scientifica si agita non poco in direzione di sempre nuovi presidi anti-alzheimer in vista di una soluzione finale nei confronti della malattia. Oggi va facendosi sempre più strada l’eventualità di una sorta di vaccino, non inteso quale presidio in grado di opporsi alla grave patologia prevenendola, così come siamo indotti a ritenere pensando ad un vaccino, semmai un inedito farmaco che promette di sciogliere le placche responsabili della malattia di Alzheimer. Tale presidio va somministrato come vaccino preventivo ai pazienti più a rischio. Le sperimentazioni della molecola sono iniziate anche in Italia, all'interno di uno studio internazionale che coinvolge 60 centri in tutto il mondo di cui 4 nel nostro Paese. In Italia il reclutamento dei pazienti è avvenuto ad opera dell’ospedale MultiMedica di Castellanza. 

Tale studio si inserisce sulla serie di studi analoghi quando si parla del vaccino contro l’Alzheimer, in grado anche di rallentare la patologia quando in atto. Recenti ricerche per lo più condotte in Austria avrebbero infatti annunciato la nascita di un vaccino che agirebbe in tal senso e, una volta perfezionato  potrebbe davvero opporsi al il Morbo di Alzheimer in modo definitivo. Ci riferiamo ad un farmaco sperimentale denominato Ad02 che potrebbe trovare applicazione pratica nel volgere di un paio di anni. La scoperta di questo presidio si deve al Gruppo farmaceutico GlaxoSmithKline, nello specifico coadiuvato da ricercatori di diversi Paesi della UE, Italia compresa, della Fondazione Santa Lucia di Roma che hanno sperimentato il farmaco in soggetti ancora giovani nei quali la malattia aveva fatto la propria comparsa sia pure in forma lieve, riscontrando nel tempo in essi una fase di rallentamento dei sintomi, atteso che non è possibile, almeno in questo stadio, immaginare che il farmaco sradichi del tutto la grave patologia.

A dire di Elio Scarpini, neurologo dell’Università di Milano,

 “il vaccino sarà sia preventivo sia terapeutico e già su modello animale, topi e scimmie per la precisione, ha dimostrato di ridurre in maniera significativa le placche senili che si formano nel cervello e che sono la base della malattia di Alzheimer”. 

Al momento l’Ad02 ha brillantemente superato la prima fase di test risultando,  “ben tollerato” dai volontari che si sono sottoposti alla sperimentazione, non avendo riscontrato in essi significativi effetti collaterali che richiedevano la sospensione della terapia. Il farmaco agirebbe su quelle placche cerebrali che sono prerogativa del Morbo di Alzheimer ed in grado di danneggiare, infiammandole, le strutture neuronali del soggetto affetto dalla malattia. Il farmaco sarebbe in grado di staccare e demolire tali placche. Che vi sia molta attenzione su questo studio è del tutto ovvio, se solo si pensa che il Morbo di Alzheimer riguarda qualcosa come 26 milioni di persone ammalate in tutto il mondo ed in Italia ad essere affetti dal problema sono quasi un milione di pazienti. La malattia ha un esordio nell’uomo intorno ai 60 anni, ma non mancano i casi che si palesano con largo anticipo rispetto a quest’età. Così come è da ricordare che le previsioni future circa il tasso di morbilità di questa patologia sono tutt’altro che tranquillizzanti, soprattutto alla luce dell’allungamento della vita media dell’uomo moderno. Si tratta adesso di capire quando sarà possibile vedere applicazione pratica di questo vaccino; si parla addirittura di quest'anno, sempre che tale presidio farmacologico superi tutte e tre le fasi di sperimentazione atte ad assicurarne non solo l’efficacia, ma l’assenza di quegli effetti collaterali ritenuti ostativi per un farmaco di nuova immissione sul mercato.


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