venerdì 5 ottobre 2012

Fratture ossee: finalmente una tecnica che le guarisce tutte

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Forse non si sa, ma su cento fratture ossee, almeno 20 non guariscono più, con la conseguenza che il paziente finisce per subire un vero e proprio handicap e una riduzione funzionale dell’osso danneggiato. Fino adesso, di fronte a questa situazione non esisteva molto da fare, fino a quando a soccorrere medici e pazienti non sono intervenute le cellule staminali.
La metodica utilizzata per risolvere in maniera definitiva quasi tutte le fratture ossee si chiama politerapia, una tecnica che provvede a sanare l’osso dai monconi ai quali, in sala operatoria, l’ortopedico inserisce un vero e proprio cocktail di staminali cosiddette stromali, ovvero, prelevate dal bacino dello stesso paziente e impiantate insieme ai tradizionali sistemi utilizzati in ortopedia, ovvero, chiodi placche e quant’altro.

Ma perché molte fratture non si risolvono?
Il motivo per il quale almeno venti fratture su cento non guariscono è dovuto a quello che si definisce pseudoartrosi, una condizione clinica che si instaura quando i monconi non sono più in grado di produrre nuovo tessuto osseo che vada a saldarsi riformando l’integrità dell’osso. Tale condizione si instaura in un arco temporale abbastanza lungo, anche sei mesi e comporta il riassorbimento patologico dell’osso. Fino adesso le tecniche utilizzate per evitare la condizione di pseudoartrosi sono state costellate da scarsi risultati, rischio di infezione per il paziente e dolorose sedute per lo stesso che doveva ricorrere ad apparecchiature esterne per tentare di risolvere il problema clinico. La soluzione, alla luce dei buoni risultati raggiunti, può essere appunto la politerapia che già sta ottenendo consensi da parte di medici e pazienti dopo utilizzo presso diversi centri ospedalieri italiani, primo fra tutti, l’Istituto ortopedico Gaetano Pini di Milano, dove in  tre anni, i casi trattati in Italia sono circa 500, di cui 250 al Pini, con successi che arrivano fino al 90%.


«Da oltre 10 anni, con un ambulatorio dedicato alla cura dei fallimenti della traumatologia e delle deformità post traumatiche degli arti, collegato al reparto di Chirurgia ortopedica riparativa per le complicanze dovute alla pseudoartrosi, ci siamo occupati dei casi più difficili mandati da altri ospedali di tutto il Paese — spiega Giorgio Maria Calori, primario del reparto e responsabile della Commissione rigenerazione tissutale della Società italiana di ortopedia e traumatologia — tanto da poter produrre studi pubblicati sulle maggiori riviste scientifiche».

Parliamo di una tecnica sofisticata che consiste di diverse fasi, la prima prevede l’attacco della pseudoartrosi quando presentatasi e che ne prevede l’allontanamento mediante resezione dell’osso. La fase successiva prevede il riempimento del vuoto venutosi a creare dopo aver resecato l’osso con riempimento di materiali organici che mettano in comunicazione i due monconi residui. All’interno di tale cavità si impiantano le cellule staminali prelevate dal bacino del paziente che una volta inserite producono  nuovo tessuto osseo in accrescimento. Di norma il paziente giunge a guarigione completa entro tre mesi, anche se, per riprendere le normali attività ha ancora bisogno di circa sei mesi. Agli esami successivi cui viene sottoposto il malato, la guarigione completa dell’osso “riparato” si palesa entro un anno e mezzo dall’intervento.


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