giovedì 21 febbraio 2013

Tumore al seno: concrete speranze con nuovo farmaco biologico


Si chiama Olaparib la nuova molecola farmacologica messa a punto da ricercatori britannici dell’Institute of Cancer Research in grado di infondere quel tanto di fiducia in più sul cammino della ricerca scientifica ai malati di tumore al seno anche in fase avanzata, persino laddove le terapie cui si sono sottoposti siano risultate inefficaci, così come, sempre a parere dei ricercatori inglesi, sembrerebbe che la stessa molecola possa pure essere utilizzata anche in quei pazienti neoplastici in cura per tumore alle ovaie o alla prostata di tipo ereditario.

Lo studio britannico è
--> ancora in corso ed è circoscritto ad un numero di pazienti troppo esiguo per poter “cantare vittoria”, visto che nella prima fase erano state arruolate appena 19 malati che sono stati sottoposti all’azione di Olaparib dove si è assistito però, con grande soddisfazione, ad una riduzione sensibile della massa tumorale pur di proporzioni notevoli. Il proseguo dello studio che ha chiamato in causa una popolazione di pazienti più nutrita, ci si riferisce alla popolazione di pazienti pari a 400 individui affetti dal tumore, ha confermato i primi traguardi terapeutici e, dunque, ha ancora una volta favorito le speranze di chi è affetto dalla neoplasia.

Perché è importante Olaparib

La soddisfazione dei ricercatori nei confronti di Olaparib è data dalla constatazione di come la molecola agisca al meglio indirizzandosi soltanto sulle cellule tumorali e

lasciando pressocchè intatte quelle sane, tale fatto giustifica l’efficacia del farmaco anche in presenza di tumori in fase avanzata. Il farmaco fa parte della classe di farmaci biologici più evoluti fra quelli fino ad oggi conosciuti ma che però non ha ancora  dimostrato la totale efficacia nel caso di quei tumori in fase precoce. Olaparib è un inibitore della proteina PARB detentrice di un gene difettoso denominato BRCA1 e BRCA 2, responsabile, almeno da quel che viene dato di sapere, di questi tipi di cancro. La scoperta della molecola farmacologica ci da anche la possibilità di fare chiarezza su un altro dato importante afferente lo stesso studio britannico e non solo questo, ovvero, il ruolo assunto dal gene difettoso BRCA1 e 2 nell’ambito della patologia neoplastica. Si è potuto infatti stabilire che la percentuale di pazienti neoplastici che detengano tale gene difettoso ammonti al 14% per i tumori al seno e al 10% per quelli all’ovaio, ma parrebbe palesarsi la stessa evidenza, anche se non è possibile stilare una percentuale di casi tanto precisa, in quei tumori riferiti ad altri organi o apparati, ad esempio, il tumore all’intestino ed al polmone o alla prostata. L’analisi che stabilisce la predisposizione ad ammalarsi di una di queste neoplasie mediante dei test predittivi che ricerchino tali geni imperfetti potrebbe offrire anche un nuovo strumento diagnostico-preventivo nella cura del tumore, potendo in questo modo stabilire l’esatta ereditarietà della malattia neoplastica, intesa come la predisposizione per i figli di ammalarsi del tumore e, soprattutto, potrebbe anche fare piena luce sulla possibilità che la stessa sorte possa toccare ai figli atteso che la positività alla malattia per i discendenti che detengano a loro volta gli stessi geni difettosi di cui sopra, per certe neoplasie può assestarsi anche al 50%, intendendo con questa percentuale, ancora una volta, non la certezza di incorrere nella patologia, semmai di esserne predisposti. Detto ciò, tornando al farmaco Olaparib, ricordiamo che è già possibile stimare un successo terapeutico in una percentuale del 40% dei casi, laddove il farmaco sia stato testato su pazienti affetti da carcinoma mammario in fase avanzata, con la caratteristica della molecola farmacologica in questione di non presentare i peggiori effetti collaterali che di solito si ascrivano alla chemioterapia antiblastica, al di là di sporadici episodi di astenia e senso di malessere generico e passeggero. Lo stesso farmaco viene utilizzato in quei pazienti che non abbiano manifestato positività al gene BRCA 1 e BRCA2 e che anzi presenterebbero una maggiore recettività nei confronti della neonata molecola.






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