lunedì 18 marzo 2013

Aneurisma cerebrale: una tecnica chirurgica meno invasiva aiuta a guarire



Si sa che l’aneurisma cerebrale non può inquadrarsi all’interno di una patologia specifica, semmai come risposta a tutta una serie di condizioni cliniche che evolvono nella maniera peggiore con la rottura di un vaso cerebrale e con le conseguenze che tale evento drammatico può comportare. Ci riferiamo ad una condizione clinica quasi sempre molto grave, pericolosa e spesso persino fatale che può presentarsi in tutta la sua tragicità a qualsiasi età, nei due sessi e, generalmente, all’interno di qualsiasi condizione ambientale in  persone in apparente buono stato di salute. La medicina oggi non è in grado di prevenire tale condizione, però negli ultimi anni si sono affinate le tecniche chirurgiche atte a rimediare il danno quando questi non sia tanto avanzato al punto da rischiare di uccidere il paziente. Vediamo di che si tratta.

La tecnica più attuata per ridurre l’ematoma causato da un aneurisma cerebrale era quella atta a ridurre l’accumulo di sangue  che comprimeva il distretto cerebrale interessato dall’evento. L’azione del chirurgo inoltre era pure volta a suturare il vaso dal quale era partita l’emorragia così come altre volte si è preferito aspettare che l’edema, se non di grosse dimensioni, si potesse assorbire spontaneamente non dopo che esso stesso avesse frenato l’emorragia grazie alla compressione generata dall’accumulo di sangue. Tutte situazioni da valutarsi caso per caso tenendo sempre di vista il benessere del paziente e monitorando quei parametri vitali in grado di palesarci l’eventuale prognosi cui il malato vada incontro nel tempo.  Bisogna anche sottolineare un altro aspetto di questa condizione patologica che tiene conto del fatto che non tutti gli eventi caratterizzati da un aneurisma cerebrale evolvono con una prognosi infausta per il paziente o con tutta una serie di complicazioni che minano del tutto o quasi la qualità della vita della persona che sia andata incontro a tale evento.

Al di là di tutto però, si è fatta strada una tecnica sperimentata qualche anno fa al Centro di Radiologia Vascolare ed Interventistica dell’ospedale civile di Pescara diretto da Andrea Toppetti che tratta un evento del genere con una metodica mini invasiva definita “embolizzazione”. Tale metodica è già stata applicata a dei pazienti che hanno superato la fase acuta e si sono ristabiliti, pur se nei limiti dei danni che l’aneurisma aveva già provocato. Tale procedura consiste nell’inserimento dall’inguine fino all’arteria femorale di un sondino che viene fatto risalire fino all’arteria cerebrale sede dell’aneurisma, qui viene clampato con particolari accorgimenti che ne agevolano la sutura dell’arteria ottenendo di fatto l’arresto dell’emorragia. Il tutto eseguito in anestesia generale. Tale metodica è vista come risolutiva non soltanto nella riparazione del danno venutosi  a creare, ma risponde meglio alle esigenze del paziente in quanto più rapida e sicuramente meno stressante da un punto di vista terapeutico per un paziente che sia andato incontro ad un evento che ha già minato, per la sua gravità, le condizioni del malato. 

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