martedì 23 agosto 2016

Morbo di Alzheimer: se la soluzione si trovasse nel nostro armadietto dei farmaci?


Immaginare di poter sconfiggere le demenze ma in particolare il Morbo di Alzheimer, la demenza per eccellenza, con un semplice farmaco antinfiammatorio, un fans insomma, solitamente utilizzato contro il mal di testa o le affezioni dolorose a carico delle articolazioni sembrerebbe follia allo stato puro, ma se si va a guardare il meccanismo d’azione di un fans quale l’acido mefenamico, nome commerciale Lysalgo, forse lo studio che ne è conseguito potrebbe sembrare meno folle di quanto è stato osservato, sia pure sperimentalmente da ricercatori inglesi. Lo studio cui ci si riferisce è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communic ations ed è stato capinato da David Brough dell’Università di Manchester il quale avrebbe concluso che almeno sui ratti di laboratorio, l’utilizzo di questo fans avrebbe sortito come effetto la cura dell’infiammazione a livello del cervello dei ratti e la conseguenza inversione della perdita di memoria che si sarebbe di fatto ripristinata. 



Nessun trionfalismo ovviamente, lo dice il team di ricercatori e chi l’ha affiancato nella sperimentazione, Catherine Lawrence, che ha condotto la ricerca in  
 
collaborazione con il dottorando Mike Daniels e postdoc Jack Rivers-Auty che hanno svolto la maggior parte dei lavori scientifici. Resta però il fatto che gli esperimenti hanno avuto l’esito auspicato, quello di assistere ad una remissione importante e duratura della sintomatologia. Del resto, quando si parla di Morbo di Alzheimer, cautela a parte, ogni tassello che si aggiunge alla ricerca di quel presidio medico che possa in qualche modo arrestare la malattia è ben visto dalla Comunità Scientifica, stante il fatto che questa grave patologia neurodegenerativa non è solo in evoluzione per gli effetti probabili negativi di fattori ambientali esterni che potrebbero incidere pesantemente sull’ evoluzione e sul numero dei malati sempre maggiore di decennio in decennio. Ma torna in auge un sinistro presagio di cui si parla ormai da anni, quello che indica il Morbo di Alzheimer un evento quasi ineluttabile in una popolazione umana che invecchia, la cui vita media si allunga sempre di più al punto che, almeno secondo il pensiero di accreditati scienziati in tutto il mondo, ci si ammala oggi molto di più di ieri e domani molto di più di oggi perché all’ aumentare della vita media le possibilità di andare incontro al Morbo di Alzheimer sono sempre più alte. Un tempo, quando la vita media si assestava circa alla metà dell’attuale, le possibilità di andare incontro all’Alzheimer erano pressocchè nulle perché il cervello non aveva ancora avuto il tempo di degenerarsi andando incontro alle demenze in generale, Alzheimer in testa.

Un trentacinquennio e senza adeguate cure avremo il doppio di malati di Alzheimer nel mondo

Oggi hanno a che fare con la malattia in maniera più o meno grave, considerando anche le demenze non ascrivibili all’Alzheimer almeno nelle prime fasi, stante il fatto che fino adesso la malattia è  
 
inguaribile, quasi 50 milioni di persone al mondo, ma basteranno venti anni e il numero di questi malati si raddoppierà e quasi si triplicherà in 35 anni e l’Alzheimer riguarda il 60% almeno di tutte le demenze senili e non, se consideriamo che la soglia di ingresso alla malattia s’è abbassata in fatto di età, potendo ravvedere i primi sintomi della grave patologia neurodegenerativa anche a 50 anni. Questo spiega l’impegno da parte del mondo scientifico nel contrasto alla malattia anche con scoperte che di primo acchito ci fanno sembrare persino singolare la cura, ma nulla va lasciato al caso di fronte a quella che ha le forme di una vera e propria pandemia di grande impatto sociale. Ecco che risulta interessante anche una ricerca il cui esito sembrerebbe persino troppo scontato di fronte alla miriade di altri studi sicuramente più elaborati che fino adesso sono rimasti solo teorici o quasi, con la triste considerazione che fino ad oggi la scienza non ha trovato la chiave di volta per la cura definitiva nei confronti dell’Alzheimer, ne deriva che ben venga qualunque soluzione porti beneficio nella cura della grave patologia. E dunque, vediamo come si svolge quest’interessante scoperta inglese.

Un semplice fans per debellare la malattia

La ricerca è stata finanziata dal Medical Research Council e dall’Alzheimer’s Society, che ha utilizzato 10 ratti transgenici. Cominciamo col dire che un organismo transgenico è un individuo al quale è stato inserito grazie all’ingegneria genetica un gene dall’esterno. Ne da una chiara spiegazione Wikipedia quando parla di transgenesi. Dieci di questi ratti transgenici hanno assunto acido Mefenamico e altri 10 sono stati trattati con placebo, ovvero sostanze prive di qualsiasi principio attivo, tutti gli animali avevano manifestato problemi annessi alla memoria al punto da poterli catalogare come affetti da Malattia di Alzheimer o demenze alla stessa malattia riconducibili. Il farmaco veniva loro somministrato sotto cute per un mese di fila, trascorso il quale, si è assistito nei ratti che avevano assunto il fans un’inversione della perdita di memoria, insomma, per farla breve, quei ratti che avevano assunto la specialità farmaceutica avevano ripristinato gli stessi livelli di memoria di quei topi osservati in laboratorio che risultavano non affetti da demenza o Alzheimer.

Ora ci sono prove sperimentali che suggeriscono che l’infiammazione nel cervello peggiora il morbo di Alzheimer e favorisce la sua progressione – ha osservato il dottor Brough -.La nostra ricerca dimostra per la prima volta che l’acido Mefenamico, un semplice farmaco non steroideo anti-infiammatorio, può avere come bersaglio un importante percorso infiammatorio chiamato inflammasome NLRP3, che danneggia le cellule cerebrali. Fino ad ora, nessun farmaco è riuscito ad indirizzare questo percorso, quindi siamo molto eccitati dai nostri risultati. Ora stiamo preparando le applicazioni da eseguire nella fase II della sperimentazione proof-of-concept, per verificare l’effetto del farmaco sulla neuroinfiammazione negli esseri umani”. 

Dunque tanto entusiasmo ma nessuna certezza ancora che il farmaco possa funzionare negli umani, bisogna anche considerare che i farmaci hanno il grosso limite quando agiscono a livello cerebrale rappresentato dal superamento della barriera ematoencefalica che è il grosso filtro che blocca le sostanze esterne prima di arrivare al cervello e non solo, lo studio infatti vuole anche stabilire per quanto tempo una cura di questo tipo, potrebbe funzionare prima di poter cantare vittoria e quale dovrebbe essere il dosaggio necessario per ottenere i primi benefici. Insomma, tutte risposte a cui lo studio non è giunto ancora ma resta tuttavia un importante traguardo, partendo dalla considerazione, come visto, che l’Alzheimer si conclama laddove vi sia infiammazione e dunque qualsiasi farmaco possa contribuire a spegnere tale infiammazione potrebbe rappresentare un tassello importante verso la cura della grave patologia.

Il test dei farmaci già in uso per altre condizioni - ha commentato Doug Brown, direttore del settore Ricerca e Sviluppo presso l’Alzheimer Society - è per noi una priorità, perché potrebbe permetterci un rapido sviluppo di un nuovo farmaco. Questi promettenti risultati di laboratorio identificano una classe di farmaci già esistenti che hanno il potenziale di trattare il morbo di Alzheimer bloccando una particolare parte della risposta immunitaria. Questi farmaci, tuttavia, non sono esenti dal procurare effetti collaterali e a mio avviso non dovrebbero essere assunti per la malattia di Alzheimer, non in questa fase. Sono prima necessari studi sulle persone”. 

Insomma, nessun trionfalismo in questa fase, al riparo dai facili entusiasmi, ma la strada verso la soluzione di questo male del nostro tempo, potrebbe anche passare da un semplice farmaco antinfiammatorio.

Giuliano

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