Il vuoto di una stanza

Quando il dolore dovrebbe fare silenzio, e invece diventa rumore

Ci sono dolori che non si possono toccare a caldo. Non per paura, ma per pudore. Perché quando una tragedia diventa un’arena pubblica, ogni parola rischia di trasformarsi in un gesto di appropriazione, in un frammento di quel prurito collettivo che trasforma il dramma in spettacolo. E io non volevo essere parte di quel rumore.

Ora che il bambino di Napoli non c’è più, sento però il bisogno di dire ciò che mi porto dentro da giorni: non c’è innocenza in questo meccanismo che divora tutto, anche il dolore.

Non è innocente la stampa, che da anni ha smesso di raccontare per iniziare a servire. Sì, a servire. Ma a chi? A chi ha bisogno di un pezzo giornalistico come di una portata al ristorante, scelta però da un menù macabro: quello del dolore altrui. Questo non è diritto di cronaca: è una fame antica, una perversione imbellettata e confezionata apposta, più prossima a un prurito che a un servizio giornalistico. È un bisogno di carne fresca da dare in pasto a un pubblico che non distingue più tra informazione e intrattenimento e che mescola le due cose in un’unica forma mostruosa.

Titoli urlati, dirette inutili, interviste a chiunque passi, ricostruzioni morbose, indignazione a comando. Come se davvero servisse a ristabilire la verità. Come se davvero fosse funzionale a capire cosa è accaduto. No: è una cosa sola. È pornografia del dolore. E noi la consumiamo come fosse un passatempo, uno stacco pubblicitario da inserire dentro la nostra routine quotidiana.

Non è innocente la madre e lo dico con rispetto, con compassione, con la consapevolezza che il suo dolore non mi appartiene — appartiene a lei. Ma c’è un confine che non dovrebbe essere superato: quello tra il lutto e la scena pubblica. Trasformare una tragedia in un racconto, in una battaglia, in un simbolo… farlo quando il corpo è ancora caldo… è qualcosa che non riesco a comprendere. E non è cattiveria: è il nostro tempo. Viviamo in un’epoca in cui il dolore deve essere subito condiviso, mostrato, narrato, trasformato in causa, in fondazione, in movimento.

Ma a cosa serve? — a proposito — una fondazione annunciata poche ore dopo la morte di un figlio? A chi serve? Per fare cosa? Per normare cosa, se la pratica dei trapianti è già normata, vigilata, regolata? Perché questa fretta di trasformare il lutto in progetto, come se il dolore non potesse più essere dolore, ma dovesse diventare subito qualcos’altro?

Non è innocente nemmeno il pubblico. Perché ogni clic, ogni commento, ogni condivisione alimenta il meccanismo. Ogni tragedia diventa un ring: Napoli contro Bolzano, Nord contro Sud, buoni contro cattivi. Come se la verità fosse un televoto. Come se la giustizia fosse un talk show. Come se il dolore fosse un contenuto da consumare.

E poi c’è una cosa che mi lacera più di tutto: il donatore dimenticato

Ogni volta che accade una donazione, celebriamo il ricevente. Ma dimentichiamo il dramma del donatore, la sua famiglia, la sua storia. Il donatore diventa un’ombra, nemmeno un nome, un gesto. E torna a esistere solo quando serve a costruire un’altra narrazione, un’altra contrapposizione, un’altra indignazione. È accaduto anche adesso. È crudele, ma lo accettiamo perché ormai funziona così.

Io non sé chi abbia sbagliato e non mi interessa saperlo. Non è il mio ruolo, non è il tuo, non è quello del pubblico. Questo spetta alla magistratura, non a noi. Quello che so è che abbiamo perso il senso del silenzio, della misura, del rispetto. Abbiamo trasformato il dolore in spettacolo, la tragedia in contenuto, la morte in dibattito.

E allora lo dico senza urlare, senza schierarmi, senza accusare: il dolore non è intrattenimento. E noi abbiamo il dovere di ricordarlo. Se provo questo dolore, lo sento perché sono un uomo. Non un commentatore di un Social qualsiasi.

V I S I T E

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Commenti

  1. Il lutto e il dolore che scaturisce dalla perdita di chi amiamo necessitano tempo e silenzio. Credo che solamente attraverso l'introspezione possiamo trovare un argine alle ferite che ne derivano. Il resto, in un momento così devastante lo trovo disturbante. Pertanto sono d'accordo con quanto scritto nell'articolo.

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