Si dirà che i tempi sono cambiati, che i ragazzi di oggi vivono stimoli diversi, immersi in un mondo digitale che noi potevamo a malapena immaginare. Tutto vero? Non proprio. Se andiamo a guardare i dati delle patenti rilasciate ai giovanissimi, gli appena maggiorenni di questa nostra epoca, scopriamo un dato incontrovertibile da una parte e sorprendente dall’altro. Soprattutto per chi appartiene a quelle generazioni in cui il passaggio all’età adulta non era santificato sull’altare della festa del diciottesimo compleanno tra palloncini e catering, ma dal possesso del fatidico "foglio rosa" allo scoccare della mezzanotte della maggiore età.
Un tempo, la patente era il rito di passaggio laico per eccellenza. Era il simbolo della fine della tutela genitoriale, la chiave per un orizzonte che si allargava oltre il quartiere. Oggi, quel rito sembra essere andato in soffitta, sostituito da una strana forma di pavidità mascherata da disinteresse.
Un dato che scuote la psicologia moderna
A cosa assistiamo oggi, al punto da aver trasformato la mobilità giovanile in un tema caldo per psicoterapeuti e sociologi? Se fino a vent’anni fa il rito di passaggio — maggiore età, iscrizione a scuola guida, esame — riguardava circa il 93% dei ragazzi, oggi i numeri ci restituiscono una realtà per molti versi sconcertante: quasi un ragazzo su due non si iscrive neanche a scuola guida o, se lo fa, non arriva mai a tentare l'esame pratico.
Certo, i sostenitori del progresso a tutti i costi diranno che oggi i mezzi di trasporto pubblico nelle grandi città sono più efficienti (discutibile), o celebreranno la santificazione del monopattino elettrico — un oggetto che vent'anni fa non esisteva e di cui, francamente, non sentivamo la mancanza. Ma se questo tema è entrato a gran voce nell’interesse degli psicologi, è perché le motivazioni hanno uno spessore ben diverso dalla semplice "scelta ecologica".
La codardia dei "figli passeggeri"
Diciamocelo chiaramente: c’è una dose massiccia di codardia in questa rinuncia. L’esame della patente implica uno sforzo, una preparazione costante e, soprattutto, un’assunzione di responsabilità individuale. Ma gli odierni genitori sono diventati maestri nel sollevare i propri figli da ogni fatica, trasformandosi nei loro chauffeur personali, oltre che maggiordomi tuttofare.
Che bisogno hanno questi ragazzi di rendersi autonomi, se c’è sempre il "paparino" o la "mammina" di turno pronti a risolvere il problema logistico scarrozzandoli a destra e a manca? L’auto, magari quella di quinta mano che per noi era un castello su ruote, ha perso appeal perché la libertà richiede fatica, e la fatica oggi è un concetto desueto. Trent’anni fa l'auto era lo strumento che sanciva la libertà di incontrare amici o fidanzatini lontano dagli occhi indiscreti di casa; oggi questa esigenza è mediata dallo schermo freddo di uno smartphone, da messaggi WhatsApp infiniti e relazioni virtuali che non necessitano di spostamenti fisici. La camera da letto è diventata l'intero mondo, e la strada è vista come un disturbo inutile.
Panico al volante: quando la tecnologia atrofizza il coraggio
Un passaggio molto interessante viene affrontato da Giorgio Nardone e Siegfried Stohr nel loro recente libro Panico al Volante. Superare la paura di guidare. Gli autori mettono in luce una risposta sintomatica che i ragazzi danno alla domanda "perché non prendi la patente?": "Non mi serve".
Questa frase è un segnale d'allarme. Non indica solo una paura non detta rispetto all'impegno di gestire un mezzo meccanico, ma rivela quanto l'orizzonte di questi giovani si sia ristretto. Misurano l'utilità di uno strumento fondamentale sul brevissimo periodo, con la stessa logica di un bambino che rifiuta di studiare perché "non gli serve" per giocare ai videogiochi.
Ma c'è un paradosso ancora più profondo che gli autori intravedono: lo stridore tra la creazione di auto ipertecnologiche e la fragilità di chi dovrebbe guidarle. Abbiamo creato auto iper-sicure, automatizzate all'infinito, con sensori che frenano al posto nostro e parcheggiano con un tasto. Tuttavia, l’aver affrancato i giovani da ogni complessità ha generato una generazione di pavidi. Di fronte all’idea che un solo comando elettronico possa guastarsi e che tutto debba tornare sotto l'egida dello sguardo umano e del controllo muscolare, questi ragazzi si sentono perduti. Non avendo sviluppato alcuna padronanza del mezzo che non passi per l'elettronica esasperata, vivono il veicolo come un'entità aliena e minacciosa.
Il paradosso degli incidenti e la sicurezza illusoria
È amaro notare come, nonostante le auto odierne siano infinitamente più sicure di quelle di qualche decennio fa, la frequenza degli incidenti tra i giovanissimi che osano mettersi alla guida resti preoccupante. Perché? Perché la tecnologia dà un'illusione di onnipotenza che non corrisponde a una reale competenza. Guidare non è stare seduti su un computer semovente; richiede pazienza, attenzione e la comprensione che la propria incolumità (e quella degli altri) dipende da una serie di azioni consapevoli, non da un algoritmo.
La salute sociale, proprio come quella fisica, è un inestetismo complesso. Non esiste una soluzione unica per questa regressione verso l'infantilismo prolungato. La chiave del successo, in ogni ambito della crescita, dovrebbe essere la costanza nell'affrontare le proprie paure, non l'evitamento sistematico. Invece, assistiamo allo spettacolo di maggiorenni che preferiscono restare "piccoli" pur di non dover gestire l'ansia di un incrocio o di un parcheggio a S.
Conclusioni: la strada come palestra di vita
Questa è una constatazione amara, che lascia spazio a una sola, cinica consolazione. Se questa pavidità e questo scarico di responsabilità possono servire a diminuire il numero di potenziali pericoli pubblici sulle strade, allora forse è meglio così. Chi usa l'auto per lavorare o per riscoprire quel senso di libertà autentica che solo il viaggio sa dare, ringrazierà per avere meno traffico causato da chi non sa nemmeno dove sia la frizione, per quelle auto con cambio manuale o il freno per le automatiche.
Se la strada è diventata una palestra troppo faticosa per questi giovani "automi" del divano, che restino pure a casa a scambiarsi messaggini. La libertà è un bene prezioso, ma richiede il coraggio di premere l'acceleratore sulla propria vita. Chi non ce l'ha, è giusto che rimanga sul sedile del passeggero, a guardare il mondo dal finestrino mentre qualcun altro decide la rotta.

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