lunedì 4 marzo 2013

Morte improvvisa da arresto cardiaco: chiamarla rarissima evenienza è un eufemismo


Perché, ancora oggi, nonostante l’ampiezza del fenomeno che si consuma tutti i giorni, coinvolgendo vittime di entrambi i sessi, giovani e meno giovani, che in un battito d’ali passano dalla vita alla morte senza quasi accorgersene, la morte improvvisa da arresto cardiaco deve ascriversi ad una rarissima evenienza? Ci si fa questa domanda partendo da un presupposto importante, ovvero, possiamo definire raro un evento che in sette anni fa più vittime dell’ultimo conflitto mondiale in Italia che si tradusse in perdite di vite umane pari a 443 mila persone in cinque anni? Sicuramente no, ma quel che stupisce di più è l’evidenza di come la realtà riportata dai mezzi di informazione in generale, persino dagli stessi medici, sia più grave del fenomeno stesso, quando, addirittura si titola la morte di un giovane che si accascia al suolo privo di vita, come “rarissima evenienza”.



--> Ma si può ancora definire rarissima evenienza, quella contingenza che uccide ogni anno nella sola Italia ben 60.000 persone? Insomma, nel silenzio delle informazioni in materia che non riceviamo, in Italia ogni anno, una persona su mille abitanti muore per questa “rarissima evenienza”, una delle principali cause di morte e non solo non occupa, al di là del singolo fatto di cronaca, le prime pagine dei giornali, ma si continua a considerarla ancora, una “rarissima evenienza”. Allora, se così stanno le cose, perché non parlare di rarissime evenienze come quelle causate dai morti per incidenti stradali che da sempre consideriamo tutt’altro che rare, al punto che sono scesi in campo giuristi ed esperti della materia per stilare nuove norme più drastiche al fine di arginare il fenomeno, che ha richiesto l’impegno delle Case automobilistiche per sfruttare tutto il nostro sapere ed impiegarlo in ambito alla sicurezza stradale. Eppure, i sinistri della strada causano “appena” 5.000 vittime ogni anno, meno del 10% delle morti dell’altra “rarissima evenienza” rappresentata dalla morte improvvisa per arresto cardiaco. E che dire delle morti da cancro al polmone. S’è bersagliato il fumo di sigaretta additandolo come responsabile delle tante morti da neoplasia correlate e accidenti vari, si sono fatte Leggi antifumo, eppure in Italia si muore, per i danni indiretti del fumo di sigaretta, in una misura che non è superiore ai 30.000 decessi all’anno, ovvero la metà di tutti i decessi della “rarissima evenienza” cardiaca. Certo, il quadro che si palesa di fronte alle vittime delle neoplasie è vissuto con quell’alone di dramma che corolla lo stato sofferente dei malati terminali in quel lasso temporale variabile da malattia a malattia e da soggetto a soggetto, fino al fine vita e forse questo impressiona di più l’immaginario collettivo. Ma i tanto temuti tumori, per quante vittime facciano, sono bel lontani dal determinare gli stessi decessi di quella maledetta aritmia fatale che strappa alla vita anche tanti giovanissimi in apparente stato di ottima salute. Tant’è che il tanto temuto tumore allo stomaco, pure essendo ritenuto una delle più gravi neoplasie, uccide 10.000 pazienti all’anno, un sesto di quanto arrechi la “rarissima evenienza” cardiaca, così come i decessi seguiti da AIDS non superano i 4.000 decessi all’anno, mentre 1.300 o poco meno, sono le vittime da incidenti sul lavoro, seimila quelli che decedono per aneurisma addominale e 500 le morti per droga. Facciamo quattro rapidi conti e scopriamo che tutte queste cause esaminate sommate insieme fanno meno morti della “rarissima evenienza” cardiaca, che era ad un passo dallo stroncare la stessa vita di Caterina Socci, ritratta in foto.



Investigare sulle cause del fenomeno è arduo, dovendosi basare sulle presunte cause genetiche e su altri fattori sconosciuti che sono al vaglio della scienza che, probabilmente un domani, ci fornirà le risposte che tutti ci attendiamo. Resta però il fatto che ad oggi, nella totale oscurità di quelle leggi naturali che governano l’intero apparato cardiovascolare, almeno per quanto concerne questa importante causa di morte, non solo non agiamo correttamente con la prevenzione, ma preferiamo, forse per esorcizzare del tutto la paura, definirla ancora “rarissima evenienza “ cardiaca.

Che fine hanno fatto i defibrillatori?

Ma mentre attendiamo dalla scienza una probabile soluzione del problema che almeno ci palesi una volta per tutte i motivi che strappano alla vita un ragazzo nel corso di una partitella di calcio fra amici, nella totale assenza di quelle forme di prevenzione che pure potrebbero in qualche modo forse arginare un po’ il problema, ci accorgiamo di un’altra grave defaillance del nostro sistema sanitario anche in ambito extraospedaliero che ci colloca in Europa agli ultimi posti in ambito alla prevenzione mediante l’uso dei defibrillatori. A farsi paladino di quella campagna informativa che pretenderebbe di dotare campetti di calcio, luoghi di grande traffico di persone, come stazioni, aeroporti e laddove v’è massima confluenza di gente, di defibrillatori, è il dottore Vincenzo Castelli, un cardiochirurgo di fama internazionale che ha vissuto sulla propria pelle il dramma rappresentato dalla grave aritmia cardiaca che ha colpito ed ucciso il proprio figlio Giorgio il 24 febbraio del 2006.
Così racconta il dramma il cardiochirurgo: “ Ero a Genova ad un convegno medico proprio sul cuore, l’altro mio figlio, Alessio, che era anche lui lì, su quel campo di calcio della periferia Est di Roma, mi ha telefonato immediatamente ed io ho vissuto impotente il dramma a 500 km di distanza. Il 118 è giunto dopo 18 minuti, troppi, fossi stato lì presente, ma senza defibrillatore avrei potuto fare ben poco e forse il Padreterno ha voluto risparmiarmi l’ulteriore dolore di non essere riuscito a salvare mio figlio”.


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Da questa tragedia è nata la Onlus che porta il nome del figlio del dottore Castelli, intitolata infatti a Giorgio Castelli, un’Associazione che si sta impegnando a tutto campo per dotare, tanto per cominciare, gli impianti sportivi degli indispensabili defibrillatori portatili in uso anche al personale non medico, sia pure adeguatamente istruito, per far fronte alle primissime emergenze, come si evince dal sito dell’Associazione www.gc6.org
Il dottor Vincenzo Castelli punta anche il dito sull’importanza dei primi minuti successivi all’evento quando dice che “ tutto si gioca nei primi cinque minuti di prolungato arresto cardiaco, dopo dieci minuti la situazione è cupissima”. A margine un’altra constatazione, la prevenzione delle malattie cardiovascolari da effettuarsi con diagnosi a tappeto sulla popolazione. Potrebbe sembrare una spesa in più ed invece è un investimento che permette al S.S.N. di risparmiare soldi…. Ma soprattutto vite umane, come visto, migliaia e migliaia di vite umane anche molto giovani.

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